 Il giudice Charles Tejada
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 La madre di Yusef Salaam, Sharrone, mostra la maglietta
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"Grazie giudice, grazie al Signore" è stato il commento ad alta voce della madre di uno dei cinque ragazzi condannati dodici anni fa per la violenta aggressione a sfondo sessuale di una giovane jogger a Central Park, quando ieri mattina in un'aula della Corte Suprema di Manhattan il giudice Charles Teiada ha letto la sentenza liberatoria per i teenager condannati nel 1989.
Il giudice Tejada aveva concluso con la formula di rito "motion is granted", riferendosi al team di avvocati della difesa, a numerosi familiari dei cinque ragazzi al folto gruppo di sostenitori e un'orda di giornalisti arrivati di buon'ora al numero 100 di Center Street.
La frase del giudice si riferisce alla richiesta avanzata dagli avvocati della difesa di avviare un nuovo procedimento giudiziario nei confronti dei ragazzi condannati, alla luce di nuove e decisive prove, non ultima la testimonianza del reo confesso aggressore, peraltro dietro le sbarre per altri crimini.
Quando l'aula si è zittita, il giudice bonariamente ha augurato a tutti un buon Natale e felice anno nuovo e quando si è ritirato è iniziato l'assalto della stampa ai familiari dei cinque ragazzi che hanno già scontato ognuno una pena detentiva diversa.
La prima a mostrarsi alle telecamere è stata la madre di Salaam Yusef, Sharrone che si è aperta il cappotto per mostrare la maglietta che dopo la condanna aveva riposto nell'armadio con la scritta "Yusef is Innocent".
"Ciò che è accaduto oggi, sarebbe dovuto accadere tredici anni fa - sbotta -, perchè anche allora c'erano le prove dell'innocenza, ma la gente aveva preferito così, chiudendo un occhio e anche entrambi" commenta la mamma di Yusef, la quale sottolinea che "anche se mio figlio è fuori da diversi anni, in tutto questo tempo non gli è stato mai consentito di votare".
La sentenza del giudice Tejada, che praticamente annulla la condanna, è stata emessa in base alle nuove e definitive prove emerse recentemente, che inchiodano il giovane Matias Reyes, attualmente dietro le sbarre dove sta scontando 33 anni di detenzione, riconosciuto stupratore seriale, il quale ha beatamente confessato di avere commesso lui e solo lui quell'orrido pestaggio e violenza sessuale della vittima di Central Park.
Il Dna di Reyes, infatti, è gemello di quello rinvenuto su un calzino trovato sulla scena del crimine a Central Park dove lo stesso Reyes ha confessato di avere commesso un'altra, simile aggressione, due giorni prima della jogger.
"Dati i fatti - scrive il giudice Tejada nella sentenza di 21 pagine - le nuove prove si autodefiniscono virtualmente, specialmente la confessione dell'omicida e stupratore seriale, corroborata da prove fisiche come il Dna che conducono e stabiliscono che vi fu un unico violentatore della jogger di Central Park" e conclude assicurando che se tali prove fossero state disponibili allora forse il verdetto sarebbe stato più favorevole nei confronti dei cinque ragazzi considerati i colpevoli.
Come detto, la decisione sancisce per i ragazzi il diritto ad un nuovo processo, ma il sostituto procuratore distrettuale, Peter Casolaro, ha già informato il giudice che la procura di Manhattan ha deciso archiviare il caso.
Tutti i cinque ragazzi condannati hanno già scontato le rispettive pene detentive comprese tra sette e 13 anni.
La sorte è stata crudele con uno di loro, Raymond Santana, ora dietro le sbarre per detenzione di droga, che dovrà presentarsi davanti al giudice della Corte Suprema lunedì prossimo, nella speranza di essere immediatamente rimesso in libertà. Stando al suo avvocato, Michael Warren, il quale sostiene che la pena inflitta per droga a Raymond sarebbe stata maggiore del previsto in quanto il giovane era già stato riconosciuto colpevole della violenza carnale a Central Park e assicura che se non fosse stato condannato a causa del precedente crimine, adesso sarebbe già in libertà.
La notte del 19 aprile 1989 i newyorkesi la ricordano con rinnovato terrore. La giovane jogger venne aggredita, pestata, stuprata e abbandonata comatosa fino all'indomani e un numero di altre persone fu preda di una gang di teenager lanciata in una nottata selvaggia. Il 23 aprile i cinque: Yusef Salaam, Raymond Santana, Antron McCray, Kharey Wise e Kevin Richardson vennero formalmente accusati dopo 4 ore di interrogatorio conclusosi con le confessioni. Il 9 ottobre dal laboratorio d'analisi dell'FBI arrivava il responso: non c'è alcuna prova che corrisponde ai cinque accusati. Il 16 luglio la vittima sul banco dei testimoni al processo dichiara di non ricordare assolutamente nulla durante 12 minuti di deposizione. I cinque vengono condannati a pene detentive diverse e del caso non se ne parla più fino al 24 settembre del 1996, quando McCray venne rimesso in libertà al termine della condanna a sei anni.
Nel marzo successivo tocca a Salaam e a giugno Richardson e Santana - scontati 8 anni - che tornano ad essere liberi. Il "caso" riesplode però quando nel gennaio di quest'anno gli investigatori sono attratti dalla confessione televisiva di un detenuto che racconta di avere agito da solo a Central Park, mentre l'esame del Dna confermava che il seme trovato su un calzino è del reo confesso. In agosto Wise - dopo aver scontato 12 anni - veniva scarcerato, mentre i legali della difesa inoltravano la richiesta che porterà allo stravolgimento della sentenza di condanna per i loro cinque clienti.
Ora gli obiettivi sono puntati sulla procura di Manhattan che ha già ricevuto pressioni affinchè avvii un'inchiesta sulle azioni degli allora investigatori e dei due procuratori, Linda Fairstein e Ilizabeth Lederer che curarono il caso.
Articolo pubblicato da America Oggi. Testo e foto Copyright © Riccardo Chioni
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