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Maschera antigas, il must-have dei newyorkesi

Riccardo Chioni - America Oggi - 4 Ottobre 2001

A ventitrè giorni da quell'inferno delle Torri ancora si leva il fumo e di tanto in tanto scoppiano improvvisi incendi, mentre il cuore del crollo è ancora incandescente ed i soccorritori sentono le suole degli scarponi sciogliersi come gelato al sole.
Maschera a gas
Una maschera antigas
Intanto per chi lavora tra le macerie si è aggiunto un nuovo, difficle compito. Oltre ai 4.986 dispersi (questo è l'ultimo dato aggiornato), il crollo delle Torri e degli edifici attigui ha sepolto prove preziose di procedimenti giudiziari e inchieste ancora aperti. Nei caveau del Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms, della Dogana e del Servizio segreto erano conservati documenti riservati, droghe, armi e quant'altro in custodia delle agenzie federali quali prove criminali, senza contare i programmi e il protocollo delle procedure di sicurezza in occasione delle visite presidenziali.

Ora il recinto attorno agli edifici contrassegnati con i numeri civici Four, Five e Seven del World Trade Center è piantonato da agenti dell'Fbi mentre uno stuolo di federali passa al setaccio le macerie in cerca di registratori, computer, armi e partite di droga confiscate ai narcotrafficanti.

La perdita di questi materiali ha messo in allarme la magistratura. Numerose azioni legali contro criminali in attesa di giudizio rischiano infatti di finire su un binario morto.

Sono state intanto pubblicate le prime stime ufficiali del prezzo che pagherà New York per gli attentati. L'ufficio del bilancio del comune ha valutato in 105 miliardi di dollari le perdite economiche nei prossimi due anni per le casse della Grande Mela, in seguito alla tragedia dell'11 settembre.

I dipendenti che sono tornati ad occupare gli uffici della cittadella della finanza riferiscono che l'aria è irrespirabile - anche a causa del ritorno della temperatura estiva - proveniente dall'epicentro del disastro dove le macerie non vogliono restituire i resti delle migliaia di persone ancora sepolte nella tomba comune.

Il nuovo must-have dei newyorkesi non è un oggetto del desiderio, ma una maschera antigas. Al negozio di accessori militari Uncle Sam's Army Navy Outfitters lungo la Nona strada, nel Village, è una processione continua di gente che vive con la paura dell'attacco chimico-batteriologico.

"Mia sorella ne ha acquistate dieci - racconta il titolare dell'esercizio Richard Geist - perchè dice che non si sa mai". Geist passa il tempo a offrire dimostrazioni, alle volte a gente raccolta diligentemente in gruppi, sulle metodologie da seguire per la protezione personale.

I clienti provengono un pò dappertutto: dal Bronx, da Rego Park, da Bayridge. Basta ascoltarli per capire che vivono col terrore dell'attentato. "Se dovesse succedere in metropolitana dove la circolazione d'aria è limitata, credo che la maschera antigas sia utile averla in borsa" assicura Steve Yeung, il quale era entrato nel negozio più per curiosità che altro, ma che non ha saputo restirere alla tentazione e ha lasciato dopo avere provato e comprato una maschera.

Le autorità - come noto - hanno ammesso la possibilità di un attacco terroristico con armi chimiche e batteriologiche, ma nessuno - per il momento - se l'è sentita di incoraggiare l'acquisto di maschere antigas.

Un avvocato del New Jersey non ha voluto sentire ragioni ed è uscito con dieci maschere per i suoi familiari e colleghi. I negozianti di accessori militari così ieri sono rimasti sprovvisti di maschere. Le ultime rimaste sugli scaffali sono per bambini, le altre sono andate a ruba al ritmo di 3-400 al giorno.

Anche i cybernauti fremono e "eBay" risponde. La nota casa d'aste in internet ha allestito diverse pagine web dove mostra i vari modelli di maschere antigas, in genere prodotte in Israele, a prezzi che variano da 30 a 500 dollari.

Ieri il presidente messicano Vicente Fox ha reso omaggio alle famiglie dei dispersi e si è incontrato con il sindaco Giuliani. L'Asociaciòn Tepeyac di New York ha identificato 23 persone di origine messicana tra i dispersi, ma altri illegali, forse 66 mancano ancora all'appello.

Centinaia di messicani residenti illegalmente negli Usa sono pronti ad arruolarsi nell'esercito per combattere contro il terrorismo internazionale, pur di ottenere la tanto sospirata cittadinanza americana.

"Se Bush mi da un fucile, sono pronto a combattere", è la frase che più spesso si sente ripetere nei programmi delle emittenti radiofoniche di lingua spagnola da parte dei numerosi messicani residenti negli Usa illegalmente.

Rufino Dominguez, direttore del Centro per lo sviluppo indigeno Oaxaqueno, un'organizzazione non governativa che assiste i messicani emigrati negli Usa, ha però sconsigliato gli "indocumentados" ad arruolarsi nell'Esercito americano: "non arruolatevi - sostiene - perchè la vostra posizione non verrà comunque legalizzata", mentre molti giovani messicani naturalizzati temono invece di essere richiamati alle armi per andare in guerra.

Articolo pubblicato da America Oggi. Testo e foto Copyright © Riccardo Chioni
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