 Aldo Uva
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"Ero uno degli otto dirigenti Parmalat che riportava direttamente a Calisto
Tanzi", esordisce Aldo Uva per tre anni, fino al 2001, Ceo della Parmalat Usa
Corporation con sede a Wallington nel New Jersey. Nelle sue mani il cavaliere di Collecchio
aveva riposto un immenso mercato che andava dagli Stati Uniti, al Messico e ai Caraibi.
Il dr. Uva racconta di aver lasciato Parmalat perché emarginato, dopo essere diventato un
insopportabile impiccione che voleva sapere troppo.
"Era un'azienda abbastanza strana perché a livelli intermedi aveva gente fantastica,
aperta, molto collaborativa, mentre i vertici erano abbastanza difficili da penetrare.
L'unica persona con cui si dialogava, si parlava di strategie, di futuro, era Stefano
Tanzi, l'anello più vero della catena. Gli altri sottolinea Uva erano invece abbastanza
impenetrabili. Fausto Tonna, che era un mio pari livello, aveva l'arroganza di tenere tutto
sotto controllo. Una persona molto decisa, determinata, sicura di sè, molto leale e
molto aperto nei rapporti con le persone. Quello che sta succedendo adesso dà di lui
una dimensione che francamente non conoscevo. Sicuramente era in grandissimo
affiatamento con il cavaliere, tanto che li chiamavamo il gatto e la volpe. Nei meeting
dell'esecutivo c'era un'atmosfera strana, sempre tutti molto silenziosi, c'era solo il
cavaliere che diceva le sue cose e tutti erano sempre molto ossequiosi e silenziosi.
Ecco, questa era l'anomalia di Parmalat, non c'era un team dirigenziale. C'era una
persona come Calisto Tanzi che rendeva impossibile comprendere l'azienda".
Per Aldo Uva l'esperienza Parmalat è stata una soddisfazione dal punto di vista
personale, ma non ha esitato a lasciarsela alle spalle quando alla sua porta ha bussato
"una vera società".
"Sono stati tre anni di grandissime soddisfazioni a livello professionale per me, però
quando mi ha chiamato una vera azienda come Sara Lee, ho deciso che non potevo
stare in Parmalat dove non ero accettato".
Racconta che dopo un anno e mezzo alla corte del re di Collecchio, quando vide che i
risultati annunciati erano diversi da quelli in suo possesso, pensò che allora era consentito come molte altre società anche Parmalt avesse tenuto a bilancio riserve
evitando di metterle subito a conto economico.
"Si poteva pensare che fossero state riserve maturate nel corso degli anni soprattutto
per le operazioni latino americane, operazioni che andavano molto bene, almeno mi
sembrava, e pensavo che fossero riserve che venivano rilasciate da anni di accantonamenti di profittabilità nell'America Latina".
Al dr. Uva però iniziano a sorgere dei dubbi sull'affidibilità di Parmalat e così inizia a chiedere in giro.
"A Toronto, nel frebbraio del 2000, parlando con una persona che faceva parte del consiglio di amministrazione di Parmalat, mi disse che lui non avvrebbe mai firmato un bilancio Parmalat perché a firmarlo si andava in galera. Parliamo di un tre anni e mezzo prima che scoppiasse il bubbone. Con molta tranquillità e sincerità posso dire che c'era qualcosa che non andava".
A convincerlo di lasciare Parmalat, insiste Aldo Uva, sono state le indicazioni che non avrebbe avuto futuro, sia lui che l'azienda.
"Io sono andato via perché avevo la perfetta percezione che l'azienda non avrebbe avuto
futuro. Ma non per l'azienda in sè, piuttosto perché gestita da due persone che assolutamente non avevano nessuna visione strategica e Stefano, che era l'unico che poteva darla, era la persona lasciata fuori".
Racconta di essersi trovato nella solitudine manageriale e di essere stato emarginato, soprattutto negli ultimi sei mesi.
"Adesso capisco perché. Quando sono uscito dall'azienda, nell'ultimo colloquio a Collecchio, il cavaliere mi ha augurato buona fortuna, Tonna pure e Stefano, invece, mi ha detto: spero che un giorno si possa costruire la Parmalat del futuro e ti vorrei con me. Questo significa che c'erano due aziende all'interno. O meglio, due mentalità: quella di Stefano che non so fino a che punto si spiegasse le decisioni estemporanee, e l'altra del cavaliere e di Tonna che ivece aveva portato ad un'azienda basata, e adesso lo capiamo, su trucchi, inganni e poca visione. Avevo sentito puzza di bruciato, non a livello economico, ma fondamentalmente di futuro".
Emarginato, quindi, perché voleva ficcare il naso negli affari privati del cavaliere.
"Era molto chiaro. Non mi hanno mai voluto fare incontrare, nonostante fossi stato sollecitato varie volte, gli analisti finanziari qui a New Yok. Ho fatto un incontro segreto con un gruppo che mi chiedeva come stesse andando l'azienda negli Usa e ho potuto dire solo poche cose, perché sapevo che a Collecchio tanto lo avrebbero saputo. Hanno trasferito la sede nel Delaware senza che riuscissi a capirne il motivo e dopo mi hanno totalmente emarginato. Gli ultimi sei sette mesi sono stati drammatici: i risultati qui non andavano bene, c'erano dei conti che non riuscivo a capire. I numeri non corrispondevano alle vendite e allora avevo cominciato a chiedere aiuto a Collecchio. Ho chiesto un audit esterno, ma dall'altra parte la richiesta è stata ricevuta come una bestemmia. Sono volati a New York il cavaliere e Luciano Del Soldato con il jet privato. Sono stati in ufficio da me mezza giornata, hanno visto i conti, mi hanno detto che andava tutto bene, rassicurandomi perché i risultati sarebbero venuti. A quel punto ho sentito il gesto come uno schiaffo, ho capito che non andavo per loro e che c'erano determinate cose che qualche esterno non doveva sapere".
Adesso si parla tanto di rapporti politici, ma allora non sorprendevano nessuno, aggiunge Aldo Uva e sostiene che Parmalt ha avuto sempre un ochhio di riguardo per qualcuno di loro. Racconta un episodio che definisce un esempio delle decisioni bizzarre prese a Collecchio e dipinge il cavalier Tanzi come un gran tessitore.
"Ero in Messico, si era prossimi ad aprire sul mercato del Costarica e dovevamo fare una ricerca sui distributori. Ne scegliemmo uno che rispondeva ad una serie di criteri. Comunicata la decisione a Collecchio, ci arrivò una telefonata con cui veniva riferito che in Costarica c'era il nipote della signora Dini, Donatella Zingone, che aveva avviato delle attività. Lo contattammo e constatammo che non aveva nessuna capacità di sviluppare il business di Parmalat. Lo riferimmo a Collecchio che rispose dicendo: forse non ci siamo capiti, ma si deve lavorare con lui. Centomila dollari e un anno e mezzo dopo, non avevamo venduto un litro di latte. I vecchi di Parmalat mi hanno raccontato che quando nel '85 86 l'azienda si trovò improvvisamente senza soldi e fu salvata in extremis attraverso banche estere con i buoni uffici di qualche primo ministro del tempo. Calisto Tanzi era certamente un grande tessitore".
L'ex ottavo uomo del tavolo di re Artù è convinto che non esiste un tesoro Tanzi segreto.
"Sono tutti castelli. Se ci si mette a fare i calcoli, ci si rende conto che sono solo castelli. A mio avviso tutto parte dal '96 97, quando Parmalat iniziò a comprare società in Canada, Australia, Sud Africa, con passi troppo grandi dal punto di vista strategico, inconcepibili, senza logica, senza una forte struttura centrale. Si compravano queste aziende e si lasciavano a gestire dal primo che passava nel corridoio. Quando gli Stati Uniti sono passati nelle mie mani perdevano al ritmo di 50 60 milioni di dollari all'anno, in Messico altrettanti e il Brasile era un pozzo nero".
L'ex manager Parmalat assicura che il cavaliere non è una persona avida.
"Lo stimo ancora per l'idea che ha avuto di creare una multinazionale italiana, ma non come l'ha implementata. Il cavaliere non era una persona avida che per cupidigia cercava di approfittare".
Con qualche fisima, tanto che quella volta che Uva dimenticò di trattare sul prezzo della suite al St. Regis, il cavaliere gli fece notare di avere pagato la tariffa piena, 900 dollari.
"Era fuori di sè, diceva che non possiamo permetterci questi lussi per una notte, che non fa parte della nostra mentalità. Certo aveva le sue manie, come quella dell'acquisto di un aereo che gli avrebbe consentito di volare da Parma a San Paolo senza stop".
Secondo Aldo Uva la colpevole principale del crac Parmalat è stata l'ignoranza.
"Il problema Parmalat nasce tutto dall'ignoranza con la I maiuscola di un gruppo dirigente che pensava di poter gestire il mondo da Collecchio, così come si poteva gestire una piccola azienda in Italia. Così facendo ha creato un sistema che ad un certo punto doveva essere gestito e per gestirlo, piuttosto che dire sono fallito o non ce la faccio più, qualcuno ha proposto al cavaliere di cominciare a lavorare come sappiamo e lo ha trascinato in una voragine e al crollo".
Collecchio come alla Cia: mura e persone impenetrabili dove il segreto è la consegna.
"C'era una stanza dei bottoni che era totalmente indifferente alla reale situazione e che aveva deciso di creare un'altra azienda che non era quella reale, quella da mostrare al pubblico esterno. Nessuno di noi, neppure io che ero capo strategico per gli Stati Uniti, aveva il potere di parlare con le banche, tutto era centralizzato".
Il manager di Sara Lee, una delle aziende Fortune 500, assicura che nell'ultimo mese è iniziato nei suoi confronti uno scrutinio più attento, mentre a livelli dirigenziali è tabù il nome Parmalat, definito come "factor P".
"Nei corridoi dell'azienda mi dicono di leggere i giornali per vedere se c'è il mio nome nel caso Parmalat. Il danno procurato all'Italia industriale che lavora è notevole. Oggi si fa più fatica a credere al sistema Italia e, nonostante gli Usa abbiano realtà come WorldCom e Enron dove gente si è arricchita e non ha taroccato nei numeri, non cambia la sostanza, cambia la forma. Ne soffre anche la professionalità italiana: se propongo qualche top italiano P, mi si dice che sono off limit. E quando sento dall'Italia che lo scandalo Parmalat non avrà ripercussioni all'estero, rispondo che se uno sta in Italia e vuole convincersi di ciò può farlo, ma per capire come stanno realmente le cose deve venire qui".
Il mercato a stelle e strisce assicura Uva avrebbe potuto fare miracoli per Parmalat.
"Avevamo la possibilità di stringere rapporti con la Pepsi Cola e Starbuck, ma la stanza dei bottoni di Collecchio era talmente ovattata che non capiva quello che succedeva fuori".
Articolo pubblicato da America Oggi. Testo e foto Copyright © Riccardo Chioni
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