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Qualche settimana fa, durante un evento comunitario di beneficenza, il cardiochirurgo Giovanni Ciuffo aveva indicato due ricercatori italiani in sala che a suo avviso stavano "tramando" per sottrargli la professione di chirurgo vascolare. Ciuffo aveva annunciato che i due stavano lavorando ad una pillola che avrebbe azzerato il suo lavoro, che avrebbe sostituito l'intervento chirurgico oggi richiesto.
Argomento interessante. Così, Oggi 7 è andato a trovare i due ricercatori: Paolo Mignatti di Pavia e Giseppe Pintucci di Bari nel laboratorio di ricerca presso l'Nyu Medical Center.
È Mignatti a iniziare il racconto della sua calata in America.
"Sono venuto nell'estate del '95 perchè mi avevano prospettato questa possibilità i cardiochirurghi di venire ed avviare un laboiratorio di ricerca, che doveva essere non solo per la cardiochirurgia che aveva già una tradizione di ricerca qui, ma anche nella chirurgia generale. Quando sono arrivato è stata iniziata la costruzione del laboratorio, inaugurato a metà gennaio del '96", intitolato all'italoamericano Arthur Locaglio che aveva trovato i soldi per la fondazione che ora porta il suo nome.
"In pratica - prosegue Mignatti -la ricerca prima nel dipartimento di chirurgia non veniva effettuata e il training dei chirurghi, quelli che si spacializzano in chirurgia, richiede che venga fatta facendo anche della ricerca. In genere loro si appoggiavano ad altri laboratori nel dipatimento di energia cellulare".
Il nome di Paolo Mignatti qui era già noto da tempo. "Ero stato a lavorare dall'84 nel dipartimento di chirurgia cellulare ed avevano segnalato il mio nome come della persona che potesse avviare il progetto. Il programma di ricerca si è avviato, sono arrivate altre persone e oltre a questo laboratorio, nel 2000 ne abbiamo aperto uno molto più grande nel Bellevue Hospital e questo attualmente comprende la parte di biologia cardioivascolare e una parte di oncologia che fa parte della chirurgia generale".
Sono giustificati i timori del cardiochirurgo che dice gli state annullando la professione?
"La ricerca che facciamo noi, almeno nel campo della chirurgia cardiovascolare - sostiene Giuseppe Pintucci - è una ricerca che ha come scopo quello di risolvere i problemi che il chirurgo non può risolvere e ce ne sono diversi, tra cui il principale: nella chirurgia dei by-pass ortocoronarici è che le vene che vengono messe per sostituire le arterie chiuse che non lasciano passare il sangue, dopo un certo periodo si chiudono a loro volta e questo, in una percentuale abbastanza alta dei casi, provoca dei problemi notevoli perchè il numero di vasi che si possono prendere per sostituire le arterie malate o le vene da sostituire, non è illimitato. E ogni volta che si re-interviene su un paziente, i rischi ovviamente aumentano. Tanto più considerando che ormai l'età dei pazienti avanza e ci sono comunque delle persone che sono d'età giovane: quarantenni, cinquantenni, che vengono operati per la prima volta e questi hanno un'aspettativa di vita molto lunga e la prospettiva di dover essere ri-operati due o tre volte certamente".
Pintucci precisa che un buon 50 per cento di questi nel giro di qualche hanno richiede il re-intervento.
"Uno dei motivi principali che noi stiamo cercando di studiare è il semplice fatto che una vena è nata per essere una vena e non un'arteria. Il fatto che venga immessa nella circolazione arteriosa e quindi con un aumento enorme della pressione, questo scompenso di pressione genera una risposta nella vena e noi stiamo proprio studiando come la vena risponde all'aumento di pressione e anche al trauma della scissione di per se. Perchè già il fatto di toglierla da un distretto, tagfliarla e poi lasciarla sul bancone operatorio e immetterla nel paziente, tutto questo stress di per se, abbiamo già studiato, comporta delle risposte da parte delle cellule del by-pass. Soprattutto le cellule della parete muscolare interna dei vasi trapiantati cominciano improvvisamente a proliferare e a migrare verso il centro, verso il lume del vaso e vanno a sostutuirsi a quelle cellule endoteliali: le cellule benigne che proteggono il vaso e producono una serie di proteine extracellulari che finiscono per restringere il lume del vaso fino a che anche per altri motivi che accompagnano quale può essere uno spasmo, in quel momento si può avere la restrizione, quindi la sofferenza coronarica, ma a carico di un vaso che è stato messo lì per aiutare la coronaria occlusa".
Ed ecco dove mira la ricerca di Pintucci e Mignatti.
"Se riuscissimo a far crescere dei vasi collaterali efficienti, quasi a fare un by-pass molecolare, senza aprire il paziente, chiaramente avremo tolto ai cardiochirurghi come Giovanni il lavoro. Però tutto questo è ovviamente avvenieristico. Quello di cui parlava Paolo Mignatti, invece, è qualcosa di molto più concreto e immediato. Cioè le vene sono i vasi più usati da decenni per operazioni di by-pass. Bisogna cercare di capire perchè queste vene ad un certo punto si chiudono e cercare di prevenire questa reclusione. Noi ci occupiamo a vari livelli di capire quali sono le molecole nuove che vengono generate nei vasi sotto questo stimolo e anche quali sono i meccanismi intracellulari che sono i sensori di questo nuovo ambiente. Per noi la comprensione di questi fenomeni di segnale intercellulare potrebbe essere la chiave per arrivare a capire perchè la vena risponde in un certo modo e non in un altro".
E lo scopo finale, sottolinea Mignatti "è di permettere che vinvece che sia il chirurgo a prendere un vaso da un'altra parte del corpo e metterla nel cuore, si possa indurre il cuore a costruire a formare dei nuovi vasi e quello che stiamo cercando di capire è come avviene la formazione di nuovi vasi e ci sono già delle terapie sperimentali per indurre la formazione di nuovi vasi eel cuore o anche in arti".
Poi si passa a parlare delle differenze che caratterizzano Italia e Stati Uniti nel campo della ricerca.
"Io avevo un posto in un università in Italia e ho lavorato abbastanza bene, ma con notevoli problemi. In pratica dall'84 , dopo aver passato un paio d'anni qui, sono tornato ogni estate e quello che riuscivo a fare in quei mesi qui era l'equivalente che potevo fare in Italia nell'arco dell'anno. La cosa che mi ha colpito qui - precisa Mignatti - è stata la differente situazione accademica. In Italia è molto, molto frustrante. Tutti quanti mi passavano avanti e non avevo prospettive di carriera perchè io ero venuto qui in America, facevo in pratica tutta la mia attività scientifica in collaborazione con i collaghi qui e in Italia questo veniva considerato non un aggravante, ma certamente un handicap perchè, invece di allacciare relazioni personali in Italia con le persone che contano, io le avevo con persone che in Italia non potevano fare niente".
A metà degli anni Ottanta Paolo Mignatti ha pubblicato - tra i tanti lavori - un rapporto che viene definito fondamnetale nel campo delle attività tumorale nello studio di proteine che potevano indurre altre proteine ad aiutare le cellule a diventare invasive. Lo studio non solo è stato pubblicato su Cell - che per scienziati e ricercatori del mondo è la rivista top -, ma ha avuto il merito anche di avere la copertina con la foto fatta al microscopio elettronico.
"Non mi considero un cervello in fuga, ma uno stomaco. Anzi quattro stomaci - sostiene Mignatti - quelli della mia famiglia e oltre alla sfrustrazione di non potere fare quello che uno vuole fare in Italia, avanzare in carriera e avere i propri riconoscimenti, c'è il fatto che effettivamente è piuttosto difficile, pure avendo un posto all'università. Due mesi fa sono stato invitato a Roma al primo convegno dei ricercatori e scienziati italiani all'estero e si è parlato del problema dei cervelli in fuga. La prima cosa che è stata fatta è stata quella di contrastare la definizione. Questo soprattutto da personaggi politici italiani che dicono al giorno d'oggi non ha senso parlare di fuga dei cervelli perchè il termine fuga impone che ci sia qualcuno che insegue, mentre a noi nessuno viene a correrci dietro. Si parla di internazionalizzazione dei cervelli. Cioè, la scelta è universale e i cervelli vanno dove si può fare ricerca. Resta il fatto però che l'Italia importa mano d'opera e esporta mano d'opera altamente specializzata , i cosiddetti cervelli. Quindi, c'è qualcosa che non va perchè se è vero questo principio della internazionalizzazione, vorrebbe essere anche vero che ci sono cervelli stranieri che vanno in Italia, cosa che invece non succede. L'Italia non attira nessuno e questo è molto strano perchè, a parte le scienze biomediche, ci sono delle discipline che in Italia hanno una grandissima tradizione, vedi la fisica e poi non possiamo dimenticare le scienze umanistiche. L'Italia è il paese dove c'è il 90 per cento delle opere d'arte del mondo: impossinile che l'Italia non attiri degli studiosi. Non è concepibile che i più grandi latinisti si trovino in Germania o a Boston. Quello che l'Italia spende per la ricerca è la metà di quello che spendono i paesi sviluppati al livello più basso. Una delle prospettive avanzate nel corso di questo convegno da parte dei politici è stata quella di aumentare gli investimenti nella prossima finanziaria. Ma chiaramente questa non è la soluzione, perchè finora c'è stato uno spreco notevole di risorse, quindi raddoppiare il budget significa semplicemente raddoppiare gli sprechi. Bisogna andare alla radice del problema che è la mancanza di competizione all'interno del sistema italiano, dovuto al fatto che c'è un grosso clientelismo, i famosi baroni, ma questa è una storia di cui nessuno vuole sentire parlare.
Ci vorrebbe un vero uomo politico che guardasse oltre la prospettiva delle scadenze elettorali, perchè la ricerca richiede molto tempo".
Giuseppe Pintucci ha raccontato la sua storia nel libro "Cervelli in fuga" edito da Avverbi, dove sono riferite le storie di menti italiane fuggite all'estero.
"L'Italia spende un capitale nel campo dell'istruzione e dopo che ci hanno formato bene, regala le persone formate ad altri paesi che finiscono con l'usufruire delle nostre idee, della nostra attività. In quel senso non si può parlare proprio di fuga, ma piuttosto di perdita di cervelli. Quando noi veniamo qui subito ci si accorge che c'è un livello di indipendenza che in Italia non esiste neanche per un professore associato. Mi è stato offerto più volte di tornare in università e la mia risposta è stata negativa. Cosa vado a fare: il ricercatore dipendente anche intellettualmente del professore associato e probabilmente anche del bidello, che ti dice oggi fai questo o fai quell'altro. C'è una libertà qui che non c'è in Italia e quando qualcuno resta in America per 4-5 anni o come me gli chiedono di tornare in una struttura dove i ragazzini abruzzesi erano assunti da anni per fare neanche la decima parte di quello che io ho imparato qui, la risposta è no, grazie. Le persone che tornano lo fanno per motivi personali o perchè avavano già una posizione stabile".
Articolo pubblicato da America Oggi. Testo e foto Copyright © Riccardo Chioni
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