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Era considerata la più bella e lussuosa nave di linea italiana realizzata nel dopoguerra, ancor prima di essere battezzata Andrea Doria da donna Giuseppina Saragat, consorte dell'allora ministro della Marina Mercantile e benedetta dall'arcivescovo di Genova, Siri il 9 dicembre 1952, uno dei giorni più gloriosi della storia della marineria italiana.
La grandiosa nave rappresentava la rinascita della marina mercantile dopo la Seconda Guerra Mondiale e l'orgoglio dell'arte e stile italiani con oltre 29 mila tonnellate di stazza, lunga 696 e larga 90 piedi: una cittadella navigante a velocità sostenuta, 26 nodi, con 218 cabine di prima classe, 320 in seconda e 703 in turistica, oltre a 563 persone di equipaggio.
Il battesimo sulla rotta Nord Atlantica per la gran dama dell'Italian Line avviene il 14 gennaio 1953 con mezza Genova a salutare l'orgoglio dei cantieri di Sestri Ponente, mentre alle 11 e 25 del mattino l'Andrea Doria prende il mare tra un coro di sirene di saluto dalle altre navi ormeggiate.
La sirena dell'Andrea Doria si inceppa e per molti uomini di mare l'evento è poco rassicurante. Il viaggio inaugurale era andato bene nei primi giorni di navigazione, ma durante l'avvicinamento a New York il capitano Calamai racconterà di una delle più violente tempeste della sua carriera lunga 35 anni, con forti raffiche di vento e mare forza nove.
Nonostante la bufera l'ammiraglia della flotta mercantile italiana raggiunse trionfalmente la baia di New York, scortata da una festosa Uss Osberg. L'Andrea Doria attraccò al Pier 84 il 23 gennaio 1953, verso le dieci di mattino e a salutarla trovò il sindaco della Big Apple, Vincent Impellitteri.
Qualche anno più avanti, durante una delle tante traversate, l'ultima per la dama dei mari italiana, tra i passeggeri della Doria in rotta verso New York c'era il venitreenne Vincenzo Sanitate.
Oggi Vincenzo racconta con serenità dalla poltrona del laboratorio sartoriale a midtown Manhattan la sua disavventura nel mare gelido dopo l'affondamento dell'Andrea Doria, ma in quella notte, anche un giovane con energie da vendere come lui, video in volto la morte, vivendo in prima persona una delle più immani tragedie del mare.
Inizia dalla partenza della nave da Genova, come di consueto. Ricorda che tutto era filato liscio fino all'avvicinamento a New York, mentre lui stava ballando in una delle sontuose sale che avevano fatto guadagnare all'Andrea Doria l'appellativo di gran dama dei mari.
"Erano le undici e un quarto di sera quando è iniziato il finimondo. La nave - spiega - si era inclinata rapidamente su un lato e diventava difficile, se non impossibile, raggiungere le scialuppe di salvataggio che oscillavano nel vuoto, mentre sotto si agitava un mare particolarmente tetro. L'impatto con la nave Stockholm era stato molto violento, ma nonostante lo squarcio vicino alla prora, l'Andrea Doria aveva continuato la navigazione per più di due ore. Poi - prosegue Vincenzo - poco dopo l'una di notte il capitano aveva lanciato l'ordine di abbandonare la nave tra le urla e il panico della gente che non sapeva cosa fare e dove andare, in cerca di salvezza. Molti sono scomparsi tra i flutti dopo aver perso la presa a cui s'erano aggrappati, mentre la nave s'inclinava paurosamente, altri scivolavano e sparivano nel vuoto nel tentativo di afferrare una corda o l'imbarcazione di salvataggio appesa ai cavi d'acciaio, ma irraggiungibile".
Oltre alla provvidenza quella notte ad assistere Vincenzo fu anche l'esperienza trasmessagli dal padre, uomo di mare. La sua famiglia era approdata sulle sponde americane un anno e mezzo prima e lui in questo viaggio della speranza era solo.
Aveva con sè gli attrezzi del mestiere, macchina da cucire compresa, che Vincenzo si stava portando appresso da Firenze in un baule. "Naturalmente ho perso tutto. Sono rimasto con quello che avevo addosso. Ero partito alla fine del servizio militare e il morale era alle stelle perché avrei raggiunto la famiglia e iniziato una nuova vita".
Si rattrista quando arriva a descrivere i momenti più drammatici, quando vide molti orrori consumarsi davanti ai suoi occhi.
"La gente che si buttava in mare veniva inghiottita dagli squali. Ho visto pescicane saltare persino attraverso le zattere per strappare la vita di qualche sventurato".
Dopo l'incubo della notte, Vincenzo racconta di aver visto calare a picco la regina dei mari, poco dopo le dieci del mattino successivo.
"Eravamo già a bordo della Stokholm che ci evava speronato, senza la prora perché era rimasta incagliata dentro la pancia della Doria. Dopo aver trascorso interminabili ore sulla scialuppa di salvataggio, pigiati, trenta, forse quaranta persone. Con la mia esperienza di mare e senza salvagente ho cercato di aiutare quelli che ne avevano bisogno".
Con la Stokholm che continuava ad imbarcare acqua, Vincenzo riuscì a raggiungere New York due giorni dopo. "I miei genitori erano già in lutto perché il mio nome era finito sulla lista dei dispersi e dalla nave era impossibile comunicare".
Un anno e mezzo da quella tragica vicenda, Vincenzo risalì a bordo d'una nave alla volta di Genova dove avrebbe sposato Irene con la quale vive da 43 anni e quello non fu l'unico viaggio transatlantico. In altre tre occasioni ha ripreso la nave per i suoi viaggi in Italia.
Sette mesi dopo il suo arrivo a New York, Vincenzo inizò a lavorare in fabbrica, prima di avviare il suo laboratorio sartoriale che oggi è un punto di riferimento sulla 57ma Street per molti uomini e donne d'affari che vogliono vestire abiti artigianali.
"Mio padre diceva sempre: finchè la nave affonda, hai sempre la possibilità di sopravvivere. Ed eccomi qua a raccontare la mia storia. Le parole sue sono vere".
Articolo pubblicato da America Oggi. Testo e foto Copyright © Riccardo Chioni
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