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  • Caso Bibbiano, Salvini: "Onore a Nek e Pausini"
    on July 21, 2019 at 4:28 pm

    "Nel silenzio di tanti giornali e tg, la VERGOGNA dei bimbi strappati alle famiglie urla vendetta. Onore a Nek e a Laura Pausini, chi tace su Bibbiano è complice!". Così su Twitter il ministro dell'Interno Matteo Salvini, postando un articolo che riprende i post dei due celebri cantanti, intervenuti sull'inchiesta sull'affidamento di minori. "Sono un uomo e sono un papà - scriveva Nek postando la foto di uno degli striscioni spuntati in tutta Italia con scritto 'Parlateci di Bibbiano' - è inconcepibile che non si parli dell’agghiacciante vicenda di Bibbiano. Penso a mia figlia e alla possibilità che mi venga sottratta senza reali motivazioni solo per abuso di potere e interesse economico. È proprio così. Ci sono intere famiglie distrutte, vite di bambini di padri e di madri rovinate per sempre… e non se ne parla. Ci vuole giustizia!!". PAUSINI - Dello stesso tenore le affermazioni della Pausini: "Ho appena letto un articolo sulla storia dei Bimbi di Bibbiano - scriveva su Fb il 18 luglio -Sono senza parole, senza fiato, piena di rabbia nei miei pugni, mi sento incazzata fragile impotente. Ho deciso di cercare questa storia perché una mia fan mi ha scritto pregandomi di informarmi. Non ne sapevo nulla. Non posso credere che abbia dovuto cercare questa vicenda, perché sì, quando sono in tour sono spesso distratta dall’attualità e dalla cronaca ma questa notizia è uno scandalo per il nostro Paese e dovrebbe essere la notizia vera di cui tutti parlano schifati. Tutta Italia. Cosa si può fare? Come possiamo aiutare?" "Per chi non sa ancora di cosa parlo - aggiungeva la Pausini - scrivete BIBBIANO su Google e leggete. E poi scrivete su questi maledetti social, che usiamo solo per le cavolate, cosa pensate di queste persone che strappano i figli alle loro famiglie. Non parlo di politica, parlo di umanità, di rispetto, di diritto alla Vita... ecco, se avete letto, ditemi sinceramente... voi non sentite di avere nelle mani degli schiaffi non dati? Non sentite la voglia di urlare? Non sentite la voglia di punire queste persone in maniera molto dura? Scusate lo sfogo, ma a me manca il fiato pensando a questi bambini e alle loro famiglie che sono stati torturati psicologicamente per sempre. Se avete un figlio pensate che improvvisamente una persona della quale per altro potreste anche fidarvi, fa un lavoro psicologico tanto grave da portarveli via e affidarli ad altre persone. Come si rimedia adesso nella testa e nei cuori e nell’anima di queste persone? Ma vogliamo fare qualcosa?". BONAFEDE - Lunedì "firmerò l'atto con cui istituirò al ministero una squadra speciale di giustizia per la protezione dei bambini" annuncia in un post su Facebook il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. "L'obiettivo è fare in modo che il sistema giustizia possa avere il monitoraggio costante e serratissimo di tutto il percorso dei bambini affidati" perché "fatti come quelli emersi dall'indagine 'Angeli e demoni' su Bibbiano non devono accadere più". "E' un impegno che ho preso, per quanto riguarda le mie competenze, anche di fronte al Parlamento e che ho intenzione di portare avanti con la massima determinazione" assicura Bonafede. La magistratura "farà i propri approfondimenti in piena autonomia e indipendenza ma è evidente a tutti che il caos degli affidamenti spezzettato tra le varie competenze è ulteriormente stravolto da conflitti di interesse e collegamenti malati con la politica non può più proseguire. E necessario portare avanti investimenti e modifiche di legge per tutelare e proteggere i bambini. La giustizia farà il suo dovere e sarà inflessibile". […]

  • Sassoli: cantiere Ue riparte, inchiesta su interferenze Russia
    on July 21, 2019 at 8:10 am

    "Hanno vinto europeisti, ora non tradire mandato per cambiamento" […]

  • No all'autonomia, l'ira di Fontana e Zaia
    on July 20, 2019 at 5:11 pm

    ''Il Paese è nelle mani di cialtroni che per un pugno di voti soffocano un volano di crescita come l'autonomia e contrabbandano il tutto come una battaglia nord contro sud''. Spara a zero Attilio Fontana, dopo il no al pacchetto sull'autonomia proposto dal governo. Per il governatore della Lombardia è giunto il momento di denunciare agli italiani ''i biechi interessi politici'' che si nascondono dietro il mancato accoglimento delle richieste di Lombardia e Veneto.  ''Qualcuno - dice all'Adnkronos - vuole apparire paladino del Sud e salvare un po' di voti, ma così facendo fa un danno al paese e al Sud stesso''. Dati alla mano, Fontana sostiene che ''dalla riforma dell'autonomia il primo a beneficiarne sarebbe proprio il Mezzogiorno che avrebbe delle opportunità. Invece siamo nelle mani di alcuni cialtroni bravissimi nel comunicare, ma che stanno impedendo che si realizzi l'efficienza per la crescita del Paese e che andrebbe a vantaggio anche del Sud''. Il governatore non capisce come mai ''se con l'autonomia finanziaria il residuo fiscale grazie alla crescita fosse maggiore e quindi ci fossero più risorse, il Sud ne dovrebbe avere un danno''. E si chiede dove sarebbe il danno se la Lombardia ''decidesse di far seguire gli studenti da professori che durano tutto il ciclo di studi e non come oggi con supplenti e cambi continui. E magari pagarli anche di più visto che il loro stipendio è una vergogna. Si fa un danno al Sud?''.  La verità è che ''sono tutti in malafede. Non c'è nessuna perdita e nessuna riduzione di trasferimenti. Io parlo di ragazzi e di futuro, loro parlano di centri di potere. Io parlo di crescita e loro si inventano stupidate. Nessuno ha mai detto che ogni regione si trattiene le proprie tasse. Tratteremmo le somme che oggi lo Stato spende per svolgere determinati servizi, dando le stesse prestazioni e pure risparmiando''.  Il governatore non ha dubbi: ''A questi signori interessa solo gestire il potere, non gliene frega niente che il Sud stia meglio, ma in questo modo, con l'assistenzialismo, lo tengono schiavo togliendo a queste straordinarie terre un sacco di opportunità. Hanno bisogno di tenerli in questa situazione di sudditanza perché se il Sud riuscisse a emergere, emergerebbe anche che loro sono degli incapaci e questa è una certezza''. Basti vedere, secondo Fontana, come nonostante tante parole contro il Nord ''per il Sud non si riescano a spendere i fondi europei. Dopo cinque anni il Mezzogiorno ha impiegato l'1% delle risorse, il nord l'83%. E allora non è questione di risorse, ma di capacità: i soldi ci sono, ma loro non li spendono. Si capisce perché non vogliono fare la riforma''.  Insomma o ''questo Paese si sveglia e si rende conto che fino a quando restiamo nelle mani di questa gentaglia che si è messa a fare vecchia politica, a fare riforme per accontentare tutti e quindi nessuno, o si rischia l'abisso. Il Paese intero rischia l'abisso. Si rischia di perdere il treno del cambiamento che altre nazioni hanno già preso e che mostrano un'altra velocità. Se si decide di imbrigliare la Lombardia, poi si imbriglia anche il Paese a alla fine continuando a soffrire rischierà di chiudere per davvero''.  Anche il governatore del Veneto, Luca Zaia, parlando all'AdnKronos lancia un ultimatum. "Conte ora ha davanti a sé a due alternative: o ci presenta il testo" sull'autonomia differenziata "o getta la spugna, ma se butta la spugna manda all’aria tutto. Io tifo perché ci sia un testo" ma che "si tratti di autonomia vera e non di una presa in giro". Zaia invita i detrattori a "piantarla coi discorsi sull'unità nazionale minata, sulla secessione, su un Paese di serie A e serie B". "Noi stiamo solo chiedendo l'applicazione della Costituzione: chi dice il contrario, dice che la Costituzione è incostituzionale", conclude.  "La Costituzione - ricorda- prevede infatti un'intesa tra governo e Regione. Spero che il governo metta presto fine a questa agonia - aggiunge riferendosi alle tante riunioni a cui sono seguiti scontri tra i due alleati di governo - e a stretto giro di posta ci sottoponga una proposta organica, ci sottoponga un articolato". Finora, dice Zaia ricorrendo a una metafora calcistica, "abbiamo assistito solo al riscaldamento a bordo campo, la partita inizia col calcio di inizio". E l'obiettivo è portare avanti una partita che consenta di "condensare le due proposte, perché non è il governo che decide il testo - rimarca ancora - la sua idea di autonomia potrebbe non coincidere con la nostra". E l'"esaltazioni dei grillini" quando ieri, ad esempio, è arrivato lo stop all'assunzione diretta dei docenti "non c’entra nulla con la nostra proposta. E' fondamentale - per il governatore veneto - che si chiuda presto lo stillicidio di notizie a oltranza, si vada avanti col testo e poi, solo poi, si vedrà se siamo disposti a sottoscriverlo". "Per quanto riguarda i 5 stelle - aggiunge Zaia togliendosi un sassolino dalla scarpa - nessuno ha visto una loro proposta su autonomia, è chiaro che non hanno progetti, solo commenti sulle idee altri e questo non è corretto. I prossimi giorni saranno decisivi, vediamo cosa ne viene fuori". Anche "l'EmiliaRomagna aspetta parole di chiarezza dal governo sull'autonomia: la nostra Regione non ha chiesto 1 euro in più ed è sacrosanto aiutare i territori più svantaggiati" scrive in un post su Facebook il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini. "Ma se qui, attraverso una gestione più efficiente delle risorse, riusciamo a risparmiare, allora è giusto che questi soldi siano reinvesti sul nostro territorio e usati per dare migliori servizi ai cittadini dell'Emilia-Romagna, non per altro". "Già ora, ad esempio, l'Emilia-Romagna ha risparmiato 662 milioni di euro in 4 anni grazie alla centrale unica per gli acquisti della Regione - sottolinea - Un'esperienza virtuosa che andrebbe replicata ovunque, mentre sento troppe chiacchiere su presunte spending review (in Italia c'è chi ne parla e chi la fa: le due categorie non coincidono mai)".  "Le accuse di Zaia e Fontana? Noi lavoriamo a livello di governo insieme alla Lega e le migliorie apportate al testo sono frutto di un processo concordato con l'alleato, dunque con la Lega stessa". Così fonti governative M5S all'AdnKronos, commentando le parole dei governatori di Lombardia e Veneto. "Non capiamo pertanto tutto questo nervosismo e gli attacchi rivolti al premier Giuseppe Conte. L'autonomia si farà perché è giusto venire incontro alle richieste di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, nel rispetto dell'unità nazionale e di tutte le altre regioni". […]

  • Mani Pulite, la storia dell'inchiesta
    on July 20, 2019 at 2:29 pm

    di Cristina Bassetto  Lunedì 17 febbraio 1992: poco dopo le 17.30, nel suo ufficio al Pio Albergo Trivulzio,Mario Chiesa viene arrestato per concussione per una tangente da 14 milioni che gli era stata appena consegnata da un giovane imprenditore, Luca Magni, che aveva messo a punto l'operazione per "incastrare" Chiesa con l'allora sostituto procuratore a Milano Antonio Di Pietro e il capitano dei carabinieri Roberto Zuliani. Si apre così quello che, il giorno dopo, viene battezzato come il "caso Chiesa", ma che presto diventa il "caso tangenti" e, subito dopo "Mani Pulite", la più clamorosa inchiesta giudiziaria italiana.  Ma, iniziata il 17 febbraio 1992, è solo nel 1993 che Mani Pulite conosce la sua massima espansione, mentre la Prima Repubblica cade sotto i colpi degli avvisi di garanzia, la mafia torna ad alzare il tiro a suon di stragi e attentati, l'economia del Paese subisce un vero e proprio tracollo, e ben 70 Procure italiane avviano filoni sulla corruzione nella pubblica amministrazione sviluppando procedimenti a carico di 12.000 persone. Nella cittadella giudiziaria milanese le indagini alzano il tiro sul sistema delle imprese e sulla politica.  Nessuno sembra essere risparmiato: dopo il "sistema Milano" e i provvedimenti presi a carico dei vertici di Psi e Dc, che hanno dominato il 1992, a partire dal 1993 le inchieste coinvolgono un po' tutti, dal Pci-Pds alla Lega e, tra i colossi dell'economia, la Fiat, l'Eni, l'Enel, l'Olivett i, la Montedison, e per la prima volta anche il gruppo Fininvest. Alla fine, niente sarà più come prima, soprattutto tra i partiti, i primi a cadere sotto i colpi giudiziari.  L'anno si apre con il primo "no" del Parlamento alla Procura di Milano e ad Antonio Di Pietro: con 180 voti contrari il 13 gennaio 1993 la Camera respinge l'autorizzazione a procedere richiesta per Giancarlo Borra, deputato democristiano di Bergamo, finito nelle maglie di Tangentopoli e divenuto, a Montecitorio, il "caso" sul quale provare le forze in vista di ben altro dibattito parlamentare, quello per l'autorizzazione a procedere richiesta, in 122 pagine di accuse, nei confronti del leader socialista Bettino Craxi, raggiunto da un avviso di garanzia nel dicembre del 1992.  Ed è proprio il segretario nazionale del "garofano" a sferzare i colleghi parlamentari con un acceso discorso alla camera il 24 gennaio, nel quale denuncia ''un gioco al massacro in piena regola'' per il quale lancia la proposta che a lungo ha diviso la giustizia dalla politica: una Commissione parlamentare d'inchiesta sulle inchieste milanesi, soprattutto capace di far luce sui finanziamenti registrati dalla politica, se possibile, negli ultimi vent'anni. La proposta cade nel vuoto mentre le inchieste procedono. Il 29 gennaio, insieme ad una nuova raffica di avvisi di garanzia relativi al filone dell'energia, viene perquisita la segreteria amministrativa nazionale del Psi, in via Tomacelli a Roma. Craxi parla di ''golpe''. Ma per lui è l'inizio della fine: il 9 febbraio lascia la segreteria del partito che, per circa tre mesi, sarà retta dall'ex segretario della Uil Giorgio Benvenuto, e che poi sarà sostituito da Ottaviano Del Turco. Bettino Craxi non è che il primo dei segretari nazionali del pentapartito a lasciare la loro direzione in seguito alle inchieste milanesi. Il 25 febbraio tocca a Giorgio La Malfa: accusato di un finanziamento illecito, il politico lascia la segreteria nazionale del Partito repubblicano. Pochi giorni dopo è Ciriaco De Mita, già segretario nazionale della Dc, a lasciare la presidenza della Commissione bicamerale per le riforme, in seguito all'inchiesta scandalo sulla ricostruzione dell'Irpinia che ha coinvolto il fratello Michele. Nemmeno due settimane dopo Renato Altissimo si dimette dalla segreteria del Partito liberale. La fine di marzo segna la fine della segreteria del Psdi per Carlo Vizzini. A giugno si scioglie la Dc: il 22 di quel mese il leader del Movimento referendario Mario Segni abbandona Piazza del Gesù. Il giorno dopo, il segretario Mino Martinazzoli decreta la fine del biancofiore. […]

  • Faraone: "Sospendo la mia iscrizione al Pd"
    on July 20, 2019 at 2:03 pm

    "Sospendo la mia iscrizione a questo partito. Rimango iscritto al gruppo parlamentare del Pd, continuerò la battaglia per la mia gente e contro questo governo e contro ogni inciucio coi Cinque Stelle". Ad annunciarlo, in un post su Facebook, è Davide Faraone dopo la decisione di ieri della commissione nazionale di garanzia dei democratici di annullare la sua elezione a segretario del Pd Sicilia.  "Se mi hanno commissariato perché faccio troppa opposizione al governo, si sappia che da domani ne farò ancora di più. E che forse il nuovo Pd dovrebbe occuparsi di fare opposizione a chi sostiene il governo di Di Maio e Salvini, non a chi ha sostenuto i governi del Pd - aggiunge - Io appartengo al Partito democratico. Se questo partito non è più democratico e cancella i risultati dei congressi, sospendo la mia iscrizione al Pd. Ma lavoro ancora più forte contro questo governo che fa male all’Italia. E che fa tanto male alla Sicilia ed al Mezzogiorno". "Politicamente non posso pensare che l'obiettivo sia cancellare chi come me e come noi ha condiviso gli anni dei nostri governi dal partito. Fosse così sarebbe suicida prima che miope. Evidentemente al 'nuovo Pd' danno fastidio le battaglie che io ho fatto, ultima delle quali la marcia tra Ragusa e Catania per attaccare il governo nazionale. O la richiesta della mozione di sfiducia a Salvini contro il quale ho schierato il Pd siciliano a testa alta". "Io li ho sentiti con le mie orecchie gli insulti dei leghisti a Lampedusa, ci ho messo la faccia mentre altri stavano tranquilli nei loro palazzi romani. Se non lo sfiduciamo oggi, quando lo sfiduciamo un ministro del genere? - aggiunge - Ma il nuovo Pd non ha voglia di sfiduciare Salvini, avendo come priorità quella di sfiduciare Davide Faraone. Se non fosse una cosa seria, mi metterei a ridere". "E' pazzesco con tutto quello che sta avvenendo in Italia sul Russia gate e la crisi nel Governo che una parte di renziani tiri Zingaretti dentro una polemica nella quale non c'entra nulla". Un esponente Pd molto vicino al segretario Nicola Zingaretti commenta così con l'Adnkronos le polemiche sull'annullamento dell'elezione di Davide Faraone, renziano della prima ora, a segretario regionale dem in Sicilia. Una decisione quella della commissione di garanzia che ha scatenato l'ira dell'area 'renziana' che ha chiesto conto al segretario del provvedimento su Faraone. Una polemica, secondo la stessa fonte, infondata è sbagliata. "Il segretario non entra e non entrerà mai nel merito delle decisioni della commissione nazionale di garanzia. E grave anche solo teorizzarlo ed è un modo sbagliato di fare battaglia politica interna in un momento come questo". "Se ci sono state violazioni nel congresso la commissione le ha appurate e assunto una decisione se qualcuno non è d'accordo faccia ricorso. Non vorrei che qualcuno nel Pd - conclude- pretenda l'immunità solo perché parte di qualche gruppo...". […]

  • Borrelli, Bobo Craxi: "Guidò colpo di Stato"
    on July 20, 2019 at 11:20 am

    "Non vi è dubbio che fu un protagonista della storia del nostro Paese e che fu un rivoluzionario-revisionista. Rivoluzionario nel senso che contribuì a guidare un complotto di una parte dello Stato (la magistratura), contro un'altra parte dello Stato (la politica e i partiti politici). Contribuì a togliere quello che c'era per conservarne solo una parte e questo non si può chiamare in altro modo che colpo di Stato. Revisionista perché, in seguito alla stagione di Tangentopoli, ebbe parole di netto ripensamento sull'efficacia dell'azione di 'Mani Pulite'". Lo ha detto Bobo Craxi, commentando la figura di Francesco Saverio Borrelli, morto oggi a Milano all'età di 89 anni. "Le nostre strade si sono incrociate anche in tribunale perché mi querelò e venni anche condannato. Per quella che è stata la mia conoscenza di lui, posso dire che mi è sembrata una persona sobria e molto garbata a cui va il mio cordoglio", ha concluso Craxi.  "Con Borrelli viene a mancare uno dei protagonisti principali di una stagione infausta della nostra storia repubblicana" ha commentato all'Adnkronos Stefania Craxi, senatrice di Forza Italia e vicepresidente della Commissione Affari esteri. "A dispetto di molte comparse del tempo, compresi taluni suoi compagni magistrati assurti ad eroi e gettatisi nell’agone politico ed alla ricerca di incarichi pubblici - ha aggiunto Stefania Craxi - Borrelli scelse con coerenza di vestire solo e sempre la toga e nei recenti anni, seppur sempre con reticenza ed omissioni, ebbe ad avanzare alcune riflessioni amare sugli effetti prodotti dalle inchieste di 'Mani Pulite'. Il tempo, come sempre, pronuncerà parole di verità. Ma la sua dipartita porta con sé molti segreti e molti 'detto non detto' che, nonostante il lavoro della storia, resteranno probabilmente celati. Nel momento del dolore e della sofferenza il silenzio e il rispetto sono pertanto dovuti all’uomo e alla famiglia". […]

  • Borrelli, il magistrato che con Mani Pulite cambiò l'Italia
    on July 20, 2019 at 9:02 am

    di Antonietta Ferrante "Resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave". È raccolto in una frase il temperamento umano e professionale di Francesco Saverio Borrelli che si è spento oggi a Milano, dopo una malattia, all'età di 89 anni. Era il 2002, pochi mesi prima della pensione, quando il 'capo delle toghe rosse', così lo chiamavano i detrattori, è intervenuto come procuratore generale di Milano dopo aver guidato il pool di Mani pulite che ha segnato la storia d'Italia. Una difesa a spada tratta dell'indipendenza dei magistrati fatta in anni in cui il rapporto con la politica era piuttosto teso. Un appello lanciato in una città non certo ritenuta la capitale morale del Paese.  Nato a Napoli il 12 aprile 1930, figlio e nipote di magistrati, Borrelli si è laureato in giurisprudenza a Firenze con una tesi dal titolo 'Sentimento e sentenza', relatore il professore Piero Calamandrei. Nel luglio 1955 è entrato in magistratura e ha legato la sua carriera a Milano dove, salvo un anno a Bergamo, ha svolto ogni tipo di funzione: pretore, giudice fallimentare e poi civile, pubblico ministero, procuratore capo dal 1988 fino alla nomina di procuratore generale nel 1999. Il padre, Manlio, è stato il primo presidente della Corte d’appello di Milano, ma Borrelli non ha occupato mai quella poltrona. Sposato con Maria Laura e padre di due figli, Andrea è giudice civile a Milano.  Il primo processo importante per Borrelli è stato quello sull'omicidio di Luigi Calabresi, ma il suo nome è inevitabilmente legato alla stagione di Tangentopoli: è il regista del pool formato da Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Gerardo D'ambrosio. Una squadra arricchita da Ilda Boccassini, Tiziana Parenti, Paolo Ielo, Armando Spataro e Francesco Greco, attuale capo della procura milanese. La storia professionale di Borrelli coincide in buona parte con la storia giudiziaria d'Italia e segna la politica del Paese: dalla figura di Bettino Craxi alla caduta della Prima Repubblica.  Tra le dichiarazione celebri dell'ex magistrato c'è quella rilasciata il 20 dicembre 1993, prima delle elezioni che avrebbero portato Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Suona come un messaggio ai partiti: "Chi sa di avere scheletri nell’armadio, vergogne del passato, apra l’armadio e si tiri da parte. Tiratevi da parte prima che arriviamo noi".  A un mese dal voto viene arrestato Paolo Berlusconi; a pochi giorni dal responso delle urne vengono eseguiti alcuni ordini di custodia cautelare, tra i destinatari c'è Marcello Dell’Utri. Nel novembre 1994 dalla procura di Milano parte l'avviso di garanzia a mezzo stampa per il premier Berlusconi che presiede il G7 a Napoli.  La storia di Borrelli è quella di chi è sempre rimasto in prima linea a difendere i suoi uomini: resta in trincea fino alla pensione nel 2002, raggiunta per limiti d'età, quando l'aria che si respira nel Paese è profondamente cambiata e per chi veste la toga sono pochi gli applausi. A differenza di altri magistrati non ha mai accettato candidature politiche. Nel suo curriculum, fuori dal Palazzo di giustizia, c'è l'incarico come capo dell'ufficio indagini della Figc, affidatogli nel 2006, dopo uno scandalo nel mondo del calcio, e il ruolo di presidente del Conservatorio di Milano, ricoperto per tre anni a partire dal 2007.  Amante della musica - era diplomato da privatista in pianoforte - con la moglie era un habitué della Prima alla Scala e non è un caso che la sua biografia si intitoli 'Borrelli: direttore d'orchestra'. Tra le sue passioni anche la montagna. In una vecchia intervista, Francesco Saverio Borrelli diceva di sé: "Sono un mediocre pianista, un pessimo cavaliere, un pessimo alpinista, un dilettante di professione, ma mi piacciono tante cose che non faccio in tempo ad essere professionista in tutto". […]

  • Morto Borrelli, capo del pool Mani Pulite
    on July 20, 2019 at 8:53 am

    Francesco Saverio Borrelli è morto oggi a Milano, dopo una lunga malattia, all'età di 89 anni. L'ex magistrato ha guidato il pool di Mani Pulite, l'inchiesta giudiziaria che ha segnato la fine della Prima Repubblica. Entrato in magistratura nel luglio 1955, ha legato la sua carriera a Milano dove, salvo un anno a Bergamo, ha svolto ogni tipo di funzione: pretore, giudice fallimentare e poi civile, pubblico ministero, procuratore capo dal 1988 fino alla nomina di procuratore generale nel 1999.  "Ti tengo la mano per sempre, papà"  Sposato con Maria Laura e padre di due figli, il primogenito Andrea è giudice civile a Milano. Tra i suoi interventi a difesa dell'indipendenza della magistratura resta celebre la frase pronunciata nel 2002, a pochi mesi dalla pensione: "Resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave".  La camera ardente sarà allestita nell'atrio al primo piano del Palazzo di giustizia di Milano, luogo in cui Borrelli ha trascorso quasi tutta la sua carriera. Un omaggio che sarà possibile rendere lunedì mattina, a partire dalle 9.30. Era già accaduto che Milano, sempre all'interno del tribunale, rendesse omaggio a un altro magistrato del pool, Gerardo D'Ambrosio, morto nel 2014.   Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, esprime il suo cordoglio: "Magistrato di altissimo valore, impegnato per l'affermazione della supremazia e del rispetto della legge, che ha servito con fedeltà la Repubblica".  "Era un capo che sapeva proteggere i suoi uomini, una persona che ha fatto la storia d'Italia'', ha commentato Francesco Greco, a capo della procura di Milano e considerato l'allievo dell'ex magistrato, all'Adnkronos la scomparsa di Borrelli. Parole commosse di chi ha raccolto il suo testimone, dopo anni di lavoro fianco a fianco."Ho appreso la notizia della morte dell'amico perché era un amico Saverio e ovviamente è una notizia che mi addolora molto. Abbiamo passato tanti anni lavorando gomito a gomito, era una persona eccezionale". Così l'ex magistrato Gherardo Colombo all'Adnkronos.  "Di Francesco Saverio Borrelli si deve ricordare non solo l'aver guidato la procura di Milano in un momento difficile, ma la sua intera carriera", ha detto all'Adnkronos l'ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati aggiungendo: "Se ricordiamo Mani Pulite in modo comunque positivo è perché lui seppe gestite quella fase delicata, il mitologico 'pool' fu una sua invenzione". "Con Borrelli viene a mancare uno dei protagonisti principali di una stagione infausta della nostra storia repubblicana", dice all'Adnkronos Stefania Craxi, senatore di Forza Italia e vicepresidente della Commissione Affari esteri. "A dispetto di molte comparse del tempo, compresi taluni suoi compagni magistrati assurti ad eroi e gettatisi nell'agone politico ed alla ricerca di incarichi pubblici - aggiunge Craxi -, Borrelli, scelse con coerenza di vestire solo e sempre la toga e nei recenti anni, se pur sempre con reticenza ed omissioni, ebbe ad avanzare alcune riflessioni amare sugli effetti prodotti dalle inchieste di 'Mani pulite'. Il tempo, come sempre, pronuncerà parole di verità. Ma la sua dipartita porta con sé molti segreti e molti 'detto non detto' che, nonostante il lavoro della storia, resteranno probabilmente celati. Nel momento del dolore e della sofferenza il silenzio e il rispetto sono pertanto dovuti all'uomo e alla famiglia". "Non vi è dubbio che fu un protagonista della storia del nostro Paese e che fu un rivoluzionario-revisionista. Rivoluzionario nel senso che contribuì a guidare un complotto di una parte dello Stato (la magistratura), contro un'altra parte dello Stato (la politica e i partiti politici). Contribuì a togliere quello che c'era per conservarne solo una parte e questo non si può chiamare in altro modo che colpo di Stato. Revisionista perché, in seguito alla stagione di Tangentopoli, ebbe parole di netto ripensamento sull'efficacia dell'azione di Mani Pulite". Così Bobo Craxi. "Le nostre strade si sono incrociate anche in tribunale perché mi querelò e venni anche condannato. Per quella che è stata la mia conoscenza di lui, posso dire che mi è sembrata una persona sobria e molto garbata a cui va il mio cordoglio", conclude Craxi. "Scompare , con Francesco Saverio Borrelli, una figura esemplare di magistrato, per la sua statura professionale ed umana, che lo ha reso una guida insostituibile in ogni momento della sua lunga carriera. La sua autorevolezza è stata fondamentale in passaggi difficilissimi nella storia della magistratura e della Repubblica, nei quali ha dato prova di fermezza, indipendenza ed equilibrio, a tutela dei valori fondamentali della Costituzione. Gli siamo per questo immensamente riconoscenti e lo piangiamo oggi". È il ricordo della Giunta esecutiva centrale dell'Associazione nazionale magistrati.  "E' venuto a mancare oggi il magistrato Francesco Saverio Borrelli, capo del pool di Mani Pulite" twitta il vicepremier e capo politico del M5S, Luigi Di Maio. "Il suo esempio, i suoi valori di indipendenza e legalità, siano guida per il lavoro di ognuno di noi e giungano a ogni cittadino. Tutto il M5S esprime cordoglio per questa scomparsa".  "Borrelli era il più grande di tutti", afferma il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio all'Adnkronos aggiungendo: "Era un raro esempio. Ti faceva sentire l'importanza e la solennità della legge. Se devo pensare a il motto 'la legge è uguale per tutti' per me ha la sua faccia".  Di un "gran signore ed assai rispettoso nella forma nei confronti degli avvocati" parla Carlo Taormina, legale di alcuni imputati di rango di Tangentopoli. "La sua porta era sempre aperta. Secondo me, è stato travolto dalla logica assatanata e giustizialista dei suoi sostituti e non è stato in grado di governare eventi e personalità di alcuni pubblici ministeri che restano incondivisibili ancora oggi, nonostante l'attuale dilagare della corruzione", ha poi aggiunto all'Adnkronos.  "Borrelli è stato un magistrato autorevole ma che, forse a sua insaputa, ha coperto un progetto politico con cui è stato profondamente modificato il sistema stesso dei partiti e della politica" dichiara all'AdnKronos Paolo Cirino Pomicino, ex ministro del Bilancio e della Funzione Pubblica e deputato Dc per diverse legislature. "Il principale limite di Mani Pulite - continua - fu infatti che, invece di perseguire il singolo che commetteva un reato, ha voluto perseguire l'intero sistema dei partiti". "A posteriori - ha aggiunto Pomicino - comprese il degrado che si era prodotto con il crollo del sistema politico, il cui risultato è stato poi il trionfo dell'incompetenza e nel quale, dal finanziamento dei partiti, si è passati al finanziamento dei singoli esponenti politici e affaristici. Il suo pentimento fu sincero e di questo gliene va dato atto". […]

  • Sgarbi: "Borrelli stava a Di Pietro come Treccani a Topolino"
    on July 20, 2019 at 12:21 am

    "E' stato popolarissimo, un uomo di straordinaria intelligenza e cultura, l'anti Di Pietro. Anzi, stava a Di Pietro come la Treccani sta a Topolino. Eppure si è fatto sconfiggere proprio da Topolino". Così il critico d'arte Vittorio Sgarbi commenta con l'Adnkronos la scomparsa di Francesco Saverio Borrelli, uomo "intelligentissimo, coltissimo, grande melomane, che però ha la responsabilità della distruzione della civiltà politica democratica rappresentata dai partiti", dice Sgarbi, secondo il quale Borrelli, "esaltato dalla voglia di notorietà, anziché dire a Di Pietro e agli altri del pool che guidava: 'Fermatevi!', li ha lasciati andare avanti decidendo che la politica andava lasciata nelle mani di Topolino...". Sgarbi, che di Borrelli era amico ("lo siamo diventati dopo le polemiche, era un tale monumento di scienza..."), lo paragona a "De Gasperi, Saragat, Nenni" e dice: "E' come se loro si fossero fatti influenzare da Celentano!!. Borrelli avrebbe potuto avere una funzione di equilibrio e invece si è lasciato trascinare da Di Pietro-Topolino. E così siamo passati da partiti come la Dc, il Psi, il Psdi, il Pli, totalmente distrutti dalla loro opera, a Forza Italia meglio noto come il partito di Berlusconi, alla Lega di Bossi, al Movimento 5 Stelle il cui nome ricorda un albergo e che è il partito di Grillo, o il Partito Democratico, che da ex Partito Comunista, che aveva un significato preciso, ha scelto un nome generico che non significa nulla".  "Inoltre il sistema che è venuto fuori dalla sconfitta della Treccani ad opera di Topolino è quello che vede eletti deputati e senatori personaggi di Forza Italia o del M5S, grazie alla leadership di Berlusconi o Grillo, i quali invece non sono tra le aule del Parlamento. Insomma, una congiura tra Topolino e Celentano ha generato un figlio di nome Berlusconi e un nipote di nome Grillo...", conclude Sgarbi. […]

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    on July 19, 2019 at 5:19 pm

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